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La fine di un anno e l’inizio del nuovo sono sempre un’ottima occasione per fare bilanci ed appuntarsi buoni propositi. E spesso c’è chi tenta di racchiudere questi propositi in una parola chiave, una parola simbolica e significativa che possa rappresentare al meglio i 12 mesi che ci aspettano. Io da qualche tempo gira e rigira mi ritrovo ad appuntarmi cose del tipo: “il magico potere delle parole”, “scegli sempre con cura le parole”, “Parole parole parole, a volte potenti, a volte trasparenti…”

E poi un giorno di metà gennaio tutto converge… un’amica condivide un articolo su “rivoluzione gender” del National Geographic, in cui si sostiene che la rivoluzione culturale e l’accettazione dell’altro partono anche dalle parole, dalle giuste definizioni; in questo senso le parole possono essere rivelatrici e liberatrici.
Un altro amico, sui social, segnala con soddisfazione la dichiarazione del questore di Milano che, commentando l’ennesimo femminicidio, sottolinea come gli insulti, le molestie e le piccole umiliazioni verbali siano comunque gesti di violenza, che vanno denunciati, perché “Serve un cambiamento culturale, sociale e serve che le donne denuncino le sopraffazioni, di qualsiasi genere”. E allora penso che le parole possono essere armi pericolosissime, gabbie invisibili, catene strettissime.
E poi il 2017 porta in famiglia DIXIT (lo scopriamo con estremo ritardo, trattandosi di un card game del 2008 vincitore di numerosi riconoscimenti). Dixit è un gioco da tavola fantastico, lo scopo è quello di trovare le parole giuste per descrivere in maniera pertinente queste meravigliose carte illustrate, senza però essere troppo espliciti. Un gioco per abituare i bambini a dosare le parole… un gioco per far ragionare gli adulti sulla traduzione delle immagini in parole. Un gioco sulla complessità dei concetti e la stratigrafia di emozioni e sensazioni.
E infine scopro, sempre grazie ad un contatto Facebook, che il 17 e 18 febbraio a Trieste c’è questo fighissimo convegno Parole O-stili il cui manifesto recita così:
Il potere delle parole: commuovono, scaldano il cuore, valorizzano, danno fiducia, semplicemente uniscono… E poi ci sono tweet, post e status: feriscono, fanno arrabbiare, offendono, denigrano, inesorabilmente allontanano. Perché se è fottutamente vero che i social network sono luoghi virtuali dove si incontrano persone reali, allora viene da domandarsi chi siamo e con chi vogliamo condividere questo luogo. Parole O_Stili ha l’ambizione di essere questo: l’occasione per confrontarsi sullo stile con cui stare in rete, e magari diffondere il virus positivo dello “scelgo le parole con cura” perché “le parole sono importanti”.

Per questo per me la parola del 2017 è proprio PAROLA – prendiamoci quest’anno per tornare a dare alle parole il giusto peso e la giusta importanza, inziamo a ritargliarci sempre, in ogni contesto, il tempo necessario per scegliere con cura le parole giuste, sia per i nostri dialoghi quotidiani, che per i nostri pensieri scritti, i nostri status, tweet e commenti.
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E qui l’articolo originario sarebbe anche finito… solo che leggendo La Repubblica di oggi (24/01/2017) non posso non citare ciò che dice, allarmato, Philip Roth su Trump: “[…] ignorante del governo, della storia, della scienza, della filosofia, dell’arte, incapace di esprimere o riconoscere sottigliezza o sfumatura, privo di ogni decenza e brandendo un vocabolario di 77 parole”; scrivendo ne parlo ad alta voce e in studio scatta il dibattito, as usual. Dall’altro lato della libreria, fa capolino il patriarca Daniele che ha il compito di instillare il dubbio nelle mie certezze granitiche: “e se fossero le 77 parole giuste per governare gli States? Tra l’altro 77 è un numero cabalistico… E comunque sempre meglio di 66!”